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Vinificatori urbani

          Finche gli italiani non si stabilirono nel nostro paese, gli argentini importavano il vino dalla Francia. Era un prodotto di lusso che arrivava insieme alla biancheria di lino e alle porcellane che la società locale comperava dall’altra parte dell’Atlantico. Fino all’ultima parte del XIX secolo gli italiani della Boca, di altre parte della città così come nelle colonie di Santa Fé o nei paesi ai piedi delle Ande cominciarono a fare i loro vini con le uva che portavano dall’Italia e che piantavano nei piccoli pezzi di giardini delle case o nei i propri vigneti. Svilupparono cosi una viticoltura che oggi è all’altezza delle migliori regioni vitivinicole del mondo.

 Passato molto di più di un secolo ancora oggi ci sono quelli che fanno il vino a casa. Perché? Se i vini che si producono nelle aziende d’Argentina sono deliziosi. Qual è la magia? Sembrerebbe che abbia a che vedere con la dignità rurale e con la dignità del lavoro. Con la terra, i suoi prodotti e con il padre come figura mitica della nostra esistenza. Ma c’è ancora di più perché alle tradizioni e ai saperi dei nonni e dei genitori trasmessi ai discendenti, si aggiunge una sfida che si avvicina di più alla necessità di produrre con le nostre mani quel che consumiamo. Come cucinare invece di mangiare al ristorante. Non è lo stesso comperare l’uva, prepararla, fermentarla e aspettare che diventi vino rispetto a comperarlo in negozio. Qualcosa come mettersi nei saperi più antichi e farli rivivere alla luce della tecnologia e di certi modi di consumo urbano che a volte si mettono a confronto con i prodotti industrializzati. ¿Vogliamo essere autori?
 
"È molto interessante quel che succede con la vinificazione urbana perché gli immigrati portarono con sé le tradizioni all’interno di una terra quasi tropicale. Come molti erano piccini, non conoscevano la tecnica. Facevano il vino con quel che immaginavano o ricordavano. Il risultato era un vino ossidato o con gusto di legno vecchio. I nuovi produttori, i nipoti degli immigrant,i si sono resi conto che il vino si faceva diversamente. Molti fanno corsi con noi", commenta Daniel Lopez Roca Direttore di Argentine Wines (AW).
           
Ogni giorni è più importante la popolazione di vinificatori urbani. Ci sono quelli che arrivano con delle conoscenze, antiche o moderne. Quelli che credono di sapere e non sanno ma che hanno l’intenzione di imparare: "un giorno, ricorda Lòpez Roca, ci ha telefonato un avvocato ch,e senza aver fatto corso alcuno, comprò 500 chili d’uva. Li fece portare in appartamento nel quartiere superurbano di Puerto Madero già mosto in damigiane di 50 litri. Dopo ci ha telefonato per sapere come fare il vino. Quando ritornò a casa sua era scoppiata una delle damigiane e al vicino pioveva vino ".  
 
            Pedro Lepore, figlio di pugliesi, dirigente di una multinazionale di macchine e appassionato del vino artigianale, ricorda che"mio padre, come tanti altri italiani, faceva il vino con i processi artigianali, e con le uve che aveva nel piccolo vigneto che lui stesso aveva piantato nel fondo di casa nostra nei dintorni della città di Buenos Aires. Non usava alcun prodotto addizionale. Era molto orgoglioso di poter continuare con la tradizione famigliare, anche in Argentina."
 
Quando Lepore era bambino aiutava suo padre a vinificare ma "non mi piaceva finché già adulto ho cominciato a sentire una passione profonda per il vino. Tardi. Mio padre non aveva più il vigneto, gli attrezzi da lavoro, l’età. Ma io sì che avevo l’età e ho voluto condividere con lui la stessa passione. Abbiamo comperato la tecnologia necessaria e abbiamo cominciato a fare del vino nella lavanderia di un alloggio di tre stanze.” Dice che l’amore che ha per l’elaborazione lo porta nell’ADN e che di sicuro ha a che vedere con il padre. "Con lui ho imparato la pazienza, la cura e l’igiene durante l’elaborazione. Ci sono poche cose così tanto piacevoli come degustare il vino fatto da noi e condividerlo con gli amici ".
 
Imparare a fare del vino
 
Ci sono tanti posti dove si può imparare a vinificare: uno è Argentine Wines che pure vende il torchio che usa Gasparre Pannunzio, uno dei venditori d’uva più importanti di Buenos Aires: “Gli diamo minime conoscenze tecniche per non fare disastri. È un corso semplice di dos fine di settimana. Da un corso nel 2001 siamo arrivati a dieci all’anno dove vengono tra 10 e 20 persone", dice Lopez Roca. Anche alla Facoltà di Agronomia dell’Università di Buenos Aires ci sono dei corsi corti per fare del vino di modo artigianale. Ovviamente ci sono anche quelli che continuano a fare il vinco con le loro ricette ancestrali.
 
Come le domande sono molte e la voglia di fare del vino buono anche, gli allievi di Argentine Wines si sono messi insieme in Venì que hay vino, el Blog de la comunidad de fanàticos del vino de ArgentineWines.Com. "Scambiano esperienze e domande. Quando vediamo che qualcosa non va, interveniamo e li aiutiamo”, commenta Lopez Roca che ha fatto i suoi primi passi come vinificatore all’Università di Buenos Aires con Luis Caamaño e Adriàn Vilaplana autore del libro Elaboraciòn artesanal de vino che aveva pubblicato AW e che è alla sua la terza edizione.
 
“Oggi nella città di Buenos Aires e nei dintorni ci sono tra 8.000 e 10.000 persone che processano 6 milioni di chili d’uva all’anno per fare vini per consumo famigliare. Molti comprano varietà europee a chi porta l’uva di Mendoza e altri, i meno, fanno il vino con uva di vitigni urbani come l’Isabella o uva chinche”, dice Vilaplana, Direttore di Studi della Escuela Argentina de Vinos (EAS), professore a AW e membro del gruppo di cata della guida di vini di Austral Spectator curata da Diego Bigongiari figlio dell’Architetto che ha costruito il vecchio consolato d’Italia e l’edificio Pirelli a Buenos Aires. La guida è appena uscita per quest’anno si chiama “Viñas, Bodegas y Vinos” de Argentina.
 
Per fare del vino a casa o nell’alloggio la cosa fondamentale è la qualità della materia prima. Non meno importante é il controllo della temperatura durante il processo di elaborazione. 
 
Lepore dice aver fatto al contrario. "Prima ho imparato con mio padre e poi ho studiato. Ho fatto corsi in Argentine Wines, e nell’Instituto Nacional de Vitivinicultura (INV) dove sono già iscritto in qualità di vinificatore. Ho anche una piccola azienda vinìcola”.
 
Sono tanti quelli che vogliono fare il vino a casa propria che l’INV ha regolato l’attività per coloro che vorranno venderlo. “La pratica é semplice, basta compiere alcune regole d’igiene e si può avere il certificato di Elaborador de vino casero’. L’INV realizza un’analisi del vino e fornisce un franco bollo che si colloca nella bottiglia. Con queste condizioni, un Elaborador Casero può fare fino a 4000 litri di vino e commercializzare la sua produzione”, conclude Vilaplana.
 
Comprare uva
 
            Le storie di persone e di personaggi che vogliono vedere l’uva diventata vino con la propria firma in calce alla bottiglia sono tante. “Il giorno della compra d’uva é un rituale: c’è l’italiano sessantenne che viene con il figlio, il nipote o la nipote. O quello che viene con il genero. L’incrocio di culture è molto ricco. Ragazze e ragazzi che vogliono essere autori dei propri vini. Ci sono anche i curiosi che arrivano perché vedono la coda nella porta di Pannunzio e, siccome gli piace il vin,o comprano l’uva e provano a farlo. Vedono se possono imparare qualcosa dell’essenza vinifera perché gli piace il vino. Inoltre condividiamo esperienze, ricette e processi. Ma ognuno si tiene per sé i segreti. Sono uno dei primi compratori e faccio varie compere durante la stagione”,commenta Lepore.
 
Anche se ci sono alcuni fornitori d’uva a Buenos Aires, quello più noto é Pannunzio che aveva vigneti a Mendoza per consumo personale finché gli amici chiesero a lui l’uva per fare del vino.  “Un camion e basta. Ma non è stato sufficiente. Fu nel 1989. Abbiamo portato un camion con 15.000 chili d’uva. Il secondo anno 3 camion, il terzo 8 camion. Adesso portiamo 25 che trasportano 350.000 chili d’uva", aggiunge Rafael il figlio maggiore di Pannunzio. Lo scambio arriva a circa 1500 clienti.
 
Ma la cosa più importante secondo Andrea, la figlia minore di Pannunzio, "è che i nostri clienti vogliono essere gli autori del vino che bevono, vedere le loro mani entrano in movimento e riescono a imbottigliare un vino che condivideranno con famiglia e amici”. E aggiunge “negli ultimi cinque anni è aumentata la quantità e la varietà dei clienti. Di solito comperano circa 100 chili d’uva che sono 60 litri di vino". Rafael dice che "quando il camion arriva loro sono in piedi davanti alla porta e a volta non so come fanno per sapere. In tutto il processo lavoriamo in circa 60 persone con 75 ettari di produzione. Papà fa il suo vino con la formula italiana che le aveva dato il suo nonno a sua volta aveva imparato nel suo paese”
 
Durante 45 giorni i Pannunzio ricevano i clienti. “Alle otto e mezza del mattino apriamo le porte e finiamo entro mezzanotte. Così tutti i giorni. Da quando arriva il camion finché l’uva è tutta venduta. I clienti sono lì con voglia di comperare e di vedere il loro vino sul tavolo. È commovente l’interesse che hanno per fare i suoi vini", dice Andrea.
 
Per farlo ancora più noto0, marketing fatto in casa: Radio Italia fa la pubblicità. E a volte pubblicano sul giornale Clarin. La vendita comincia il 10 marzo fino alla fine di aprile. Vendono a richiesta anche frutti secchi e olive.
 
"I clienti fanno la coda dalle 6 del mattino. Quando apriamo si trovano con le varietà d’uva allungate per terra: Malbec, Cabernet, Merlot, Syrah, Bonarda, Criolla, Riesling, Moscatel, Torrontes e Pedro Ximénez", conclude Rafael. Insomma, toccano, guardano, odorano. Scelgono cosa e quanto. Pannunzio pesa e macina. Appassionati per la loro futura opera, si portano il mosto a casa.
 
Concorso de vino casereccio
Per promuovere ancora di più l’incontro dionisiaco annuale, Radio Italia inventa in 2008 il "Concorso di vino casereccio” con l’auspicio di Pannunzio e Hijos. Fa la promozione nei suoi programmi e distribuisce volantini tra i clienti di Pannunzio e di altri. "La gente deve portare due bottiglie di vino. Un’enologa degusta i vini che non hanno l’etichetta, solo un numero, a cambio di una ricevuta. I premi sono buoni acquisto da Pannunzio. La consegna del premio é stata nella mia associazione italiana, la ‘San Otto’. Radio Italia consegna ai vincitori un trofeo. In 2008 si sono presentati 50 partecipanti" commenta Giovanni Berardis, giornalista di Radio Italia, nato a Castelbottassio, molisano come Pannunzio.
"Partecipare in un concorso di vini artigianali é il giudizio finale. Di solito uno condivide il vino fatto da noi con gli amici e la famiglia, e non si sa mai l’opinione reale. In un concorso la giuria capisce ed é neutrale ", afferma Pedro Lepore, vincitore del secondo e del quinti premio più una menzione speciale.
 
Vinificatori urbani  si é pubblicata su Vinos y Sabores (Feb-Mar 2009)
 
 
 

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