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Italiane in Argentina

E’ con grande piacere che abbiamo ricevuto dalla giornalista Paola Cecchini questo articolo sulle donne italiane emigrate in Argentina, tratto dal suo libro "Terra promessa, il sogno argentino". Presto, di Paola, pubblicheremo anche alcune interessanti riflessioni sulle donne argentine emigrate in Italia. Grazie Paola per voler partecipare con un contributo così intelligente e pertinente a questo giovane progetto che è MIA.

Camminando per strada tra immigrate di ogni razza ed età, mi soffermo spesso a pensare come debba essere la loro vita in un paese tanto diverso da quello d’origine. Che ruolo hanno avuto nella decisione di partire? Come immaginano il loro futuro? Cosa si aspettano dal cosiddetto ricongiungimento familiare? Sono molto diverse dalle italiane emigrate poco più di una cinquantina d’anni fa verso l’America?

Di queste ultime posso raccontare qualcosa, avendone intervistate molte per la preparazione del libro “Terra promessa-il sogno argentino”, pubblicato dalla Regione Marche e patrocinato dal Ministero per gli Italiani nel Mondo, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dall’Ambasciata d’Italia a Buenos Aires, dall’Ambasciata della Repubblica Argentina in Italia.

Non furono certamente molte le donne partite sole per l’Argentina; l’unica storia di cui sono venuta personalmente a conoscenza, è quella di Fernanda Torresi Corradini nata a Porto San Giorgio (Ap). La sua avventura è raccontata dalla figlia Maria Teresa, proprietaria del ristorante "La Marchigiana" a Mendoza, sorto alla metà del secolo scorso, proprio grazie alla determinazione della madre, forte ed intraprendente, partita verso il Paese sudamericano per realizzare il sogno di una vita migliore: “Il locale? Era una catapecchia. Quando pioveva, ricordo che mia madre cucinava con un impermeabile sulla testa… un giorno ad un cliente abbiamo dovuto mettere uno sgabello sotto i piedi perché non gli si bagnassero..”

Di norma le coniugate raggiungevano i mariti in un secondo tempo, quando ricevevano i biglietti per la traversata. La decisione era sempre assunta dagli uomini; le donne subivano perché non potevano fare altrimenti, ma  a costo di molte ansie e sofferenze : “Mia madre si ammalò, stava sempre male, aveva lasciato tutti, tutta la sua famiglia ad Osimo e sapeva che non saremmo mai tornati. Mi ricordo che prima di partire, guardando il baule, piangeva..”. – ricorda Emilia Silenzi. residente a  Las Rosas.

Piangevano sconsolate anche quando, arrivate a destinazione, realizzavano di aver lasciato la propria casa di mattoni al paese, per una fatta di adobe, costruita con paglia, fango e acqua “Piansi sei mesi di seguito”- mi raccontò Maria Tiberi, residente a  Casilda. Più di una  giurò e spergiurò che appena avesse avuto i soldi per il ritorno, sarebbe rientrata subito in Italia.

Alcune ricordano che proprio a seguito della loro partenza si aggravarono le condizioni di salute dei genitori rimasti al paese, che non avrebbero più rivisto: “Sua madre la supplicava di tornare presto e suo padre malato, per l’occasione si alzò dal letto ed indossò il miglior vestito, per farsi ricordare nel migliore dei modi” – racconta con commozione Graziella Palmira Antonelli, parlando della partenza da Penna San Giovanni (Mc) della madre Alessandrina Governatori.

Paula Judith Coretti de Moreno mi ricordò la solitudine e l’angoscia della bisnonna, Giuditta Rogani di Treia, sposata con Nazzareno Cardini e trasferitasi con lui vicino Las Parejas (in quel periodo formata da poche case collegate da strade di terra battuta). Giuditta ebbe un bambino prematuro che nascose in una scatola di tè cui non volle mai dare sepoltura: preferì riporla sopra una trave del tetto, confidando di portarla con sé in Italia dove sperava di tornare prima o poi. Morì invece a trentotto anni per polmonite (“Provata da tanti parti e dal duro lavoro, non riuscì a reagire alla morte della madre. Si dice che fosse di nuovo incinta”).

Quando l’emigrazione era transitoria, le donne restavano a casa ad allevare figli ed accudire genitori e suoceri anziani. A mano a mano che gli uomini prendevano la via dell’estero, nei paesi di origine mutò la tradizionale divisione sessuale del lavoro, tanto che la presenza di fanciulli e donne divenne abituale anche là dove non era consueta. Alle donne non erano risparmiati i più pesanti lavori (con poco riguardo al loro stato di gravidanza), mentre a tempo perso passavano con la massima disinvoltura dalla vanga ai ferri da calza o dalla zappa all’ago. L’assenza dei mariti nei paesi d’origine determinò un aumento del potere femminile nella gestione familiare: le donne iniziarono a frequentare l’ufficio postale, a recarsi nello studio notarile, ad investire le rimesse, pur seguendo scrupolosamente le indicazioni dei mariti lontani che non esitavano a rimproverarle, anche aspramente, quando mostravano di non aver compreso le loro direttive: “Hai capito: Hai sentito? O porti le recchie foderate de prisciutto? Eppure tuo padre è tanto svelto, e tu come ci sei uscita così cogliona? – scrive Florindo Quacquarini alla moglie Maria il 20 aprile 1909.

Non erano rare, però, le donne che rimaste sole al paese, perdevano ogni contatto coi coniugi lontani cui dipendevano per il sostentamento proprio e dei figli. Spesso erano costrette a  rivolgersi alle autorità per rintracciarli oltreoceano. Si trattava di uomini che non erano riusciti ad inserirsi in modo stabile nel mercato occupazionale e si erano scoraggiati e depressi, soli e lontano da casa. E’ quanto successe ad un emigrato civitanovese, rintracciato dal console di Salta nel 1905 :”Si trova in condizioni deplorevoli, si ammogliò e ha già un figlio, la moglie lo mantiene”..

Nessuna marchigiana emigrata in Argentina  ha mai preso in considerazione la possibilità di sposare un uomo del posto: “Non avrei mai sposato un argentino, mai. Eravamo troppo diversi da loro” – mi dice Iolanda Strologo, emigrata nel 1950 ad Abasto, vicino La Plata, e rientrata ad Ancona quindici anni dopo. I matrimoni venivano spesso decisi dai padri durante animate partite a tresette, sette e mezzo, scopa o trucco. Le figlie accettavano giocoforza le scelte (Perché non mi rimaneva altra via d’uscita, altrimenti sarei rimasta zitella). Erano certe che i padri facessero comunque la scelta migliore (Perché ti sistemavano con un paesano) e la possibilità di innamorarsi di un argentino non era neppure considerata (Questo non si usava…una volta si faceva attenzione a chi si sposava).

Neppure gli uomini intervistati avevano mai considerato la possibilità di sposare una donna del luogo: “Un’argentina? Un’argentina argentina? No, no, non l’avrei mai sposata, che bisogna c’era? E poi se si faceva così si perdeva la razza! Qui vivevamo come se fossimo nel nostro paese e c’erano molte donne compaesane o figlie di compaesani, pulite, lavoratrici e forti e se non le trovavamo le mandavamo a chiamare e ce le sposavamo senza problemi”.-mi hanno risposto.

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One comment for “Italiane in Argentina”

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  1. SOY HIJA DE INMIGRANTES SARDOS, Y SE LO QUE ELLOS HAN SUFRIDO, HASTA QUE SE ESTABILIZARON Y TUVIERON SU CASA, PERO PARA ESTO HUBO MUCHOS AÑOS DE SACRIFICIO, PRIVACIONES AL MAXIMO, NADA SE PODIA DESPERDICIAR, TODO LO QUE SE ENCONTRABA EN LA CALLE NOS PODIA SERVIR.
    PERO GRACIAS A DIOS SALIMOS ADELANTE Y LOS TRES HIJOS FUIMOS HACIENDO NUESTRO PORVERNIR. AHORA ESTAMOS BIEN, MI PADRE SIEMPRE DECIA QUE DE JOVENES HABIA QUE HACER MUCHO SACRIFICIO PARA DE GRANDE VIVIR CON TRANQUILIDAD.

    Posted by marongiu beatriz | May 23, 2009, 7:18 pm

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