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Caro Berlusconi, anche mio nonno è desaparecido nel Rio de la Plata

Ancora l’orrore e non parlo del caso Eluana Englaro – ma ne riparleró – ma sulle battute del Presidente del Consiglio della Repubblica d’Italia Silvio Berlusconi a proposito dei voli della morte durate l’ultima dittatura militare che ha avuto l’Argentina. I voli della morte erano quelli dove i desaparecidos ancora in vita – anche se giá anestetizzati dal Pentotal – erano gettati al Rio de la Plata.

Sono stati circa 10 mila, tutti al fondo del fiume. Quello con l’acqua marrone che gli immigrati italiani vedevano quando le navi arrivavano in quest’America meridionale.

– Ma cosí marrone é l’America? Non era che il paradiso aveva l’acqua trasparente, dicevano a volte gli italiani quando ormai la nave era al porto di Buenos Aires.

Altrochè! certo che quest’era l’America. Ma non il paradiso nemmeno la trasparenza che ormai é diventata una speranza di questo mondo in decadenza. Essere trasparenti. Ma che vuol dir essere trasparente? Ma chi é trasparente? Uno che non c’è. Perché la trasparenza è “mostrarsi alla vista attraverso un Corpo diáfano” e noi, gli umani dico, non siamo diafani anche se siamo un corpo. Nessun essere umano é trasparente.

Comunque non volevo scrivere sulla trasparenza ma piuttosto sull’oscuritá, sulla brutalitá delle parole dette da Berlusconi l’altro giorno in Sardegna. Certo possiamo pensare che non é stato diplomático, neppure politicamente corretto. Ma il bello (il bello?) di Berlusconi é che non é politicamente corretto e quello ci permette di vederlo cosi com’è, cosi come la pensa. E per lui i voli della morte sono stati divertenti. Bisogna tener conto che lui apparteneva alla loggia P2 come Massera autore di questi voli, oppure Licio Gelli amico dei militari piú assassini che há avuto la storia argentina. Quindi, perché sorprendersi delle parole di Berlusconi? Lui é uno che si lascia vedere cosí com’è. Non é ambizioso di essere trasparente, etico, buono, anche se non lo é. Lui é cosí. E non è ipócrita. Come sono tanti che allora erano a favore della dittatura, dei voli della morte, ecc. ecc. e adesso fan finta di niente. Invece Berlusconi lui si diverte.  

Certo ci vien da chiederci perché mai gli italiani vogliono uno come lui? Uno che manca il rispetto dello stato, delle leggi, del Parlamento, di chia sia pur di fare i propri interessi. Pur di essere sempre uno simpático che scherza malgrado le guerre. Vi riccordate quando ha dato del Kapo ai tedeschi durante una riunione del Parlamento europeo? Si diverte, come i bambini. Giocherellone. Forse fare il presidente del Consigio cosí come lo fa é anche un divertimento per lui. Ed é un bene divertirsi con il proprio lavoro, ma sulla schiena delle sofferenze altrui?

Questa volta é stata una battuta sul nostro passato ma verso anche il passato degli italiani residenti in Argentina. Sono stati circa 600 gli italiani desaparecidos in Argentina, tra cui la calabrese Aieta di Gullo, come il figlio del piemontese Tallone. Tutti gettati al mare da quegli aerei. Anche mio nonno Vittorio Cerutti, figlio del Piemontese Emanuele Cerutti e della Pavese Angelina Necchi. A 75 anni é stato sequestrato, torturato, hanno rubato le sue terre piantate a vigneti, ulivi, frutteti per poi gettarlo al Rio della Plata, lo stesso su dove suo padre Emanuel era sbarcato dal Sirio il 3 gennaio del 1885.

Insomma la vicenda della nostra famiglia é stata devvero dramática e triste. Tutti vivevamo molto all’italiana: la famiglia Cerutti. In quella casa alla che chiamavamo “Casa Grande”, costruita da un architetto lombardo nel 1895 per un altro italiano Giuseppe Mazzolari. Emanuele compra quella casa dopo di essersi arricchito con l’industria vitivinicola e porta tutta la famiglia a viverci.

Quando il Vittorio é stato sequestrato mia nonna Josefa Giacchino ha venduto quella casa che poi tutti quelli che l’han occupata non sono stati bravi a tenerla molto bene. Insomma l’abbiamo trovata sgusciata, sgretolata, stinta.  Cosí é la piscina. Le pareti senza intonaco. Il giardino secco e coperto di paglia. La cucina inutilizzata, con il tetto sfondato. Il bagno grande, come dicevamo quando eravamo piccoli, é senza water nè bidet. E il cortile devastato. Neanche i terremoti che ogni tanto si sentono a Mendoza erano riusciti a degradare tanto la nostra Casa Grande, sulla calle Viamonte 5329 di Chacras de Coria, oggi Bene del Patrimonio Culturale della  provincia di Mendoza.

L’ho sognata in rovina, con le pareti giú e le gru sulla porta. Ma vederla cosí, senza cure nè pitture, senza il vapore di una cucina in piena attività, con il boiler acceso e le donne con le mani nella pasta, mi ha fatto talmente male che ho pensato che mai avrei  potuto raccontarlo.

Peggio é stato vedere le fotografie che scattava mia sorella fotografa mentre giravamo la Casa Grande, cercando di guardarla senza che l’infanzia mi invedesse la memoria e i sensi.

– Zia, dov’era la culla di mia mamma? qui in questa camera, o nell’altra? – ha chiesto Matilda, mia nipote di sette anni.

Siamo arrivati a la Ropería. Quella camera dove l’odore dell’umiditá si sommava al nostro, che scivolavamo dentro il kimono di una giaponese, tra i veli di un’ odalisca, nei pantaloni di un cow-boy, nella tuta di uno che fa scherma, nei fazzoletti di una zingara, nelle bermuda di un pirata, nei fiori di seta di una cinese o nelle gonne di una napoletana. Tredici, tra cugini e fratelli, travestiti, per essere "altri" al carnevale della piazza di Chacras de Coria.

Dalla Ropería uscivamo anche esploratori, per cercare chissá che tesoro nascosto tra l’azienda vitivinicola, gli ulivi, i fruttetti e la vigna di mio nonno Victorio Cerutti, ‘desaparecido’ nelle mani del Grupo de Tareas n° 3 della Marina Militare Argentina durante dittatura di Massera, Videla e Agosti.

All’alba del 12 gennaio 1977 una ventina di incappucciati entrarono nella Casa Grande e si portarono via Victorio. Andarono anche a “La Casita”, dove viveva mio zio Omar Masera Pincolini, e portarono via pure lui. Hanno rubato macchine, gioielli ed altri oggetti di valore. E mia nonna Josefina, pressata dalle circostanze e dai protagonisti del furto, svendette la Casa Grande e si esiliò in Messico.

La veritá é che la proposta di mia sorella di  fotografare e raccontare quel che é rimasto della nostra casa dopo 30 anni é opprimente. Cerco parole que possano dire qual cosa sul esilio, sulla responsabilitá per chi viene dietro di noi. Qualcosa sulla proprietá di un piccolo paradiso, senza volver niente di piú, anzi di saper curare quello che giá abbiamo. Qualche parola che ci aiuti a capire la differenza tra il lavoro quotidiano e la scelta di alleanze macchiate di armi e sequestri anche se fossero di sinistra. Qualche parola che stabilisca una differenza tra umiditá, che deriva da umus e finisce in umano, e l’arditá con la quale mi sono trovata a Mendoza pochi giorni fa.

Se c’ é stato qualcosa di cui abbiamo goduto da piccoli in quella Casa Grande, é stata l’acqua, che a Mendoza costituisce da sempre un  privilegio di chi lavora la terra in quel deserto naturale, che tutti ammirano perchè è cosí verde e lavorato.

L’acqua, sempre l’acqua. Quella che bevevamo tutti i giorni e che arrivava dal Rio Blanco.

–   Chi va al rubinetto del giardino a prendere dell’acqua? – chiedeva mia nonna Josefina con in mano la brocca di plastica arancione che i piú piccoli dovevamo riempire per il pranzo di tutti i Cerutti.

Ancora l’acqua,  per bagnare le piante: la si  immagazzinava nelle piscinotte del giardino. O l’acqua che usavamo per la piscina, riempita durante la notte. Il mattino dopo, il primo che si alzava poteva constatare felice che uno scalino in piú – dei cinque che aveva la piscina – era coperto d’acqua.

La piscina, che all’ origine era stata usata per inmagazzinare il vino, Victorio la fece diventare piscina per il nuoto; e Omar Masera Pincolini riuscí a riempirla, grazie alle sue virtú d’ingegnere, con l’acqua di pozzo che tirava su la pompa nuova, per evitare la lentezza del tubo di gomma notturno. Era cosí gelata, l’acqua della piscina, che quando si era riempita, giocavamo a vedere chi era il più coraggioso a tuffarsi per primo: la sfida era di testa dalla ‘parecita’, la piccola parete dove ci arrampicavamo per fare i nostri salti mortali nell’acqua trasparente.

Siamo cresciuti cosí, nell’azienda vitivinicola, nella vigna e nella piscina, mangiando pane e burro e dolce di latte, disponibili ai richiami di Victorio,  che mentre annaffiava il giardino, con il tubo faceva un ponte d’acqua che allo stesso tempo era arcobaleno e pioggia torrenziale. Passavamo sotto e sapevamo che anche quando c’è il sole puó piovere.

I vigneti di Victorio oggi sono il “Wil – Ri”, come chiamano a Chacras de Coria il quartiere costruito sulle terre che l’allora ammiraglio Emilio Eduardo Massera rubò a mio nonno, dopo averlo fatto firmare sotto tortura la cessione delle sue terre. Il 2 maggio 1977, a Buenos Aires, la scrittura 1288 certifica il  trasferimento delle terre di Victorio Cerutti a Wil-Ri S.A. Il "Wil" si riferiva al cognome di Federico Williams, nome finto di Francis William Whamond, uomo della Escuela de Mecánica de la Armada (ESMA) durante i tempi dell’ orrore. Il Ri apparteneva a Ríos, nome falso di Jorge Radice, altro conosciuto torturatore dell’ ESMA.

Lí dove Victorio aveva previsto un quartiere, le cui strade avrebbero dovuto ricordare le sue origini italiane e quelle di  Emanuele suo padre, Angelina Necchi sua madre, Borogomanero e Piemonte, il luogo di nascita dei Cerutti, e di tanti altri, l’allora ammiraglio Massera chiamò le strade  Honor (onore), Amistad (amicizia), Caridad (caritá), Justicia (giustizia), Equidad (equità).

Insomma, María Eugenia, Matilda e io, siamo rimaste tre giorni e abbiamo guardato bene quel che é stato, quel che c’é e quel che é rimasto.

È stato doloroso. Le parole non scorrono fluide come l’acqua del  Rio Blanco. Mi ritornano alla mente quelle della piccola Matilda:

– Quello é successo tanto tempo fa. Non é vero, mamma?

Trenta anni fa. Gli anni della mamma di Matilda. Volevamo che tutto passasse. Ma, come fare in modo che passi qualcosa che non é ancora passato? Qualcosa di terribile ci é successo. Un torto che non é stato ancora riparato dalla giustizia. Dov’é Victorio Cerutti di Chacras de Coria, come si faceva chiamare lui? Dov’è il suo corpo e quello di Omar? Sono rimasti esiliati come noi? Forse nel fondo del Rio de la Plata, dopo essere stato buttati giú, mezzi vivi o mezzi morti, dagli aerei della Marina Militare argentina, per farli sparire?

E come se questo fosse poco, suo figlio Juan Carlos, uno dei quattro che ebbe Victorio con mia nonna Josefina, esiliato in Messico durante la dittattura, é il responsabile di un’altra rapina.

Lo Stato ha restituito le terre a Cerro Largo, la societá anonima che Victorio aveva formato per frazionare la vigna; ma l’ha fatto troppo tardi. A quel punto la Chacras de Coria SA era la nuova padrona delle terre di Victorio. Juan Carlos Cerutti, ex Sottosegretario del governo di Martinez Vaca, ex proprietario della rivista Claves, ex politico mendozino, approfittando della sua militanza menemista, é riuscito ad appropriarsi di tutto ció che toccava agli eredi di Victorio e dei soci di Cerutti. Ma  quel che non si ripara, rimane come ereditá.

Una delle immagini finali del film messicano "21 grammi" é una piscina vuota, vecchia, rovinata, molto simile a quella della foto che ha scattato Maria Eugenia. Mi chiedo: a parte i 21 grammi che perde il corpo umano quando muore, e che potrebbero corrispondere al peso dell’anima, cosa facciamo con i nostri corpi, noi vivi (filosofi, sociologi, scrittori, fotografi, artigiani o ingegneri), che altro possiamo fare per costruire qualcosa malgrado questi latrocinii? ¿come guarire questa ferita  mortale?

Insomma Valentina, perché mai gli italiani vogliono avere come Presidente del Consiglio uno che scherza con la morte e la sofferenza degli altri. Come mai sono arrivati cosí oltre? Perché scegliere uno che ci gode quando mangia la carne dei morti?

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2 comments for “Caro Berlusconi, anche mio nonno è desaparecido nel Rio de la Plata”

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  1. L’unica cosa che possiamo fare, cara Marijo, è raccontare: anche se brucia come fuoco sulle nostre ferite mai guarite. È faticoso, ma non è opprimente, se raccontiamo l’amore. La vita nella grande casa, i giochi dei bambini, i tuffi nella piscina piena dell’acqua della notte, il fuoco acceso in cucina, la casa viva. Raccontare la vita, raccontare l’amore.
    Poi, raccontare anche i fatti del male: la violenza dei ladri di vita, dei mostri avidi di potere e ricchezze. Mostri che si illudono di far sparire i cadaveri nelle acque dei fiumi e nelle fosse e di nascondere la propria sanguinolenta nefandezza intitolando le strade ‘onore, amicizia, carità, giustizia, equità’ dopo aver torturato, ucciso e fatto man bassa di tutto.
    Raccontare serve: la verità è come luce in una stanza buia, la verità fa vivere per sempre la grandezza e l’amore di un uomo e scopre il meschino inferno costruito dai mostri che lo hanno ucciso.
    Raccontare serve: se la violenza degli uomini di regime è lampante, in tempo di pace e democrazia esiste una violenza compiuta quotidianamente(in tutto il mondo) da persone nascoste dietro la stessa ipocrisia di chi intitola strade … giustizia, equità, onore… persino di amore. Come il tuo zio ladrone.
    Non parlo solo di politici prevaricatori, mafiosi organizzati o malviventi dichiarati, ma dei violenti che si nascondono dentro le case, devastano la vita in famiglia distribuendo sofferenze attorno, pur di mantenere controllo e potere e non si fermano davanti a nonni, nipoti, figli. C’è chi si spegne, impazzisce, persino muore mentre i violenti gli rubano la vita, gli affetti, i beni. Mariti che perseguitano mogli e figli con violenze fisiche e mentali, madri o padri che usano i figli come burattini, dividendoli, mettendoli uno contro l’altro: pianto e rancori al posto di sorrisi e amore …. torture che durano vite intere, un oceano di sofferenza, nascosto dalle stesse vittime per paura, vergogna, sfinimento: esistono violenze mentali che portano alla morte fisica, senza torcere nemmeno un capello. Esistono mostri che si illudono di far sparire tutto dentro le pareti di casa e dietro la faccia ipocrita mostrata agli altri, mentre i loro comportamenti deviati si propagano per generazioni.
    Raccontare serve: perché chi soffre torture fisiche, mentali, economiche, sociali inenarrabili possa trovare conforto, riconoscersi vittima, sfuggire all’ipocrisia e alla violenza e cercare aiuto: amici ma anche psicologi e avvocati, oggi è possibile grazie al gran numero di associazioni nate dovunque.
    Raccontare mette in contatto con persone straziate dalla violenza: dovunque, in ogni tempo, i problemi dell’uomo sono sempre gli stessi. Varia l’intensità. Raccontare serve a chi non riesce nemmeno più a riconoscere la violenza e la subisce, avvizzendo giorno dopo giorno. Alcuni, da vittime si trasformano in violenti.
    Che questa violenza nasca dal regime nazista o da quello comunista, che sia trasparente e sorridente o che sia paludata con bandiere e maschere ideologiche, religiose, sociali, oppure si annidi nei comportamenti deviati che intrappolano famiglie intere per generazioni, raccontare comunque serve: ogni volta che qualcuno vince l’oppressione e spezza il silenzio, contribuisce ad un passo del cammino dell’umanità: propaga l’amore e toglie il velo ipocrita alla violenza.
    Raccontare: nessuno ci toglierà il passato, ma portando agli occhi di tutti la spada piantata nel nostro cuore, trasformiamo il dolore vissuto in bene per gli altri.
    Scrivi il tuo racconto e chi ti legge ama i tuoi nonni, la grande casa, la vita: amore che circola.
    Scrivi il tuo racconto e chi ti legge sente nausea e disprezzo per la violenza e l’ipocrisia: questa è una vittoria sul male.

    Posted by Paola | April 7, 2009, 12:51 am
  2. Diventa sempre piu’ imbarazzante essere rappresentati da Berlusconi. Non sono scusabili determinate dichiarazioni, generate dalla profonda ignoranza che caratterizza tutto il panorama politico dell’ Italia contemporanea, piena di nani e ballerine..

    Posted by deborah | September 23, 2009, 2:01 pm

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